LAUREATI/NDI DI SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE: VESPA CHIEDA SCUSA!

Si lo so, son o di parte, ma è con sommo piacere che vi segnalo che su Facebook è stato creato il gruppo “LAUREATI/NDI DI SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE: VESPA CHIEDA SCUSA!“, a seguito della puntata del 19 gennaio scorso di cui ho appreso solo attraverso la rete (L’ultima puntata di Porta a Porta che ho visto risale al 2001). Cito dalla presentazione del gruppo:

Nella puntata di Porta a Porta del 19/01/09, al momento dei saluti, Bruno Vespa si rivolge a degli studenti di un liceo scientifico presenti in studio e dice loro: “Abbiamo bisogno di ingegneri, abbiamo bisogno di tecnici importanti. Una sola preghiera: NON VI ISCRIVETE A SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE, NON FATE QUASTO TRAGICO ERRORE, CHE PAGHERESTE PER IL RESTO DELLA VITA!”

Io sono laureato in Scienze della Comunicazione e la comunicazione è il mio mestiere.  Il corso di laurea non mi avrà insegnato a tirare linee con la squadra, a” far di conto” e nemmeno a diventare giornalista –  e se il giornalismo è quello di Bruno Vespa, ne sono solo che contento –  ma mi ha dato gli strumenti per capire quanto vasta è la comunicazione.

Sono contento della scelta che ho fatto e, se tornassi indietro, la rifarei, così come sono entusiasta di aver preso la maturità classica, anche se non sono uscito con risultati da capogiro (anzi, NdR).

Sono stanco di sentire questi “esperti di comunicazione” – incapaci di innovare modelli, di pensare all’oggi e di non parlare di Cogne – sputtanare letteralmente il corso di laurea.  Se posso essere d’accordo che il corso di laurea sia inflazionato, questo non significa che vada denigrato.  

Cari Vespa e carti tutti voi “comunicatori di massa” figli del Minculpop, se pensate che così com’è non va, siate voi che siete del mestiere – visto che vi vantate di essere professionisti e conoscitori del mercato della comunicazione – a dirci com’è il mondo del lavoro e a costruire il corso.  Ah, se non ve ne siete accorti, la comunicazione non è solo Giornalismo, non è solo Televisione o Radio e, forse nessuno ve l’ha detto, in Italia ci sono giusto qualche centinaia di migliaia di imprese che pian piano si stanno avvicinando alla comunicazione di business (o, sacrilegio, ho detto “business”… è vero, voi che siete dei samaritani, lavorate solo per la gloria e per il bene del mondo).

Sono convinto che siate solamente spaventati di trovarvi un bel giorno alla porta perchè ormai siete fuori totalmente dal flusso del cambiamento in atto (e le vostre elucubrazioni prive di conoscenza sui fenomeni della rete me lo dimostrano). Una innovazione che avanza piano piano e che coinvolge mezzi di cui voi non avete alcuna conoscenza e che considerate alla stregua di alchimisti e streghe medievali. 

Fine!

OFFF 2009. La cultura post-digitale si accende

Multiple big screens at Roots, Main OFFF area

Multiple big screens at Roots, Main OFFF area

Si chiama OFFF ed è il festival della cultura creativa post digitale. L’edizione 2009 si terrà ad Oerias in Portogallo i prossimi 7,8 e 9 Maggio.

Nato nel 2001 a Barcellona, negli anni si è affermato come l’evento di riferimento per le arti post-digitali facendo incontrare artisti attivi in varie discipline: animazione, visuale, musica.

Artists that have grown with the web and receive inspiration from digital tools, even when their canvas is not the screen.

Non solo, nel corso degli anni l’evento è diventato il luogo in cui si immagina il futuro e se ne scrivono le regole.

Il comunicatore italiano, un esecutivista senza strategia

Non sono rare le discussioni sul tema “comunicazione” in cui si percepisce chiaramente che chi scrive e chi domanda è un puro esecutivista, senza visione strategica e, quello che mi spaventa di più, senza cultura di comunicazione.

Trovo gente che pone come questione di vita o di morte se sia meglio una e-mail al giorno o una alla settimana, che chiede se i comunicati stampa devono essere inviati entro le 11.00 o si possano inviare quando si vuole.

All’opposto, non trovo mai nessuno che ponga questioni di natura “strategica” su dinamiche di mercato, su trend, su analisi della concorrenza… insomma, su tutto ciò che potrebbe essere utile a definire un piano strategico.

Per carità le domande poste sono legittime, se fatte da uno che di comunicazione non ne capisce un fico secco. Ma da un professionista non posso sentirmi dire:

Spesso mi capita di vedere dei concorrenti che riescono a farsi pubblicare sui vari portali tematici per ogni stupidaggine che fanno. Chiaramente hanno un ottimo writer (Writer?? Ora l’ufficio stampa e pubbliche relazioni vanno a scrivere con le bombolette sui muri? NdR ) che bombarda di “press release” i vari siti in questione. Ma quello che non capisco e come fanno i player stranieri che riescono comunque e sempre ad essere ripresi anche qui da noi, quando non credo si degnino di aggredire i media italiani con fiumi di comunicati. C’è qualche servizio serio per comunicare globalmente senza rivolgersi ad un’agenzia di comunicazione per ogni paese in cui si vuole operare?

E’ a dir poco imbarazzante vedere come non ci si ponga nemmeno il quesito che, forse, chi riesce a farsi riprendere “per qualsiasi stupidaggine” magari abbia fatto nel tempo una azione progressiva di brand awarness e sia riuscito a catalizzare l’interesse degli opinion leader.

Ci si pone il quesito di quale servizio utilizzare su scala globale, e non di come ci si vuole posizionare. Si da per scontato, infine, che la comunicazione sia indifferenziata tra nazione e nazione. Non si valuta minimamente la possibilità che esista una diversità culturale ed economica che, nonostante la globalizzazione, continua a persistere tra nazione e nazione. 

Insomma manca totalmente un approccio strategico. Domandiamoci, poi, perché i budget vengono tagliati e perché le imprese lamentino dei ritorni sugli investimenti. 

Bah, resto basito, basito e, ancora, basito.

Man Machine Interface

 

 

Chi è cresciuto a pane e fantascienza non può non ricordare i cavi con cui il Maggiore Kusanagi si interfacciava alla rete e poteva comunicare e controllare i computer solo con il pensiero. Erano gli anni 90 e Ghost In The shell evidentemente ha preannunciato una rivoluzione che proprio in questi anni si sta concretizzando.

Dopo gli annunci del Nic sulla robotica, dopo il progetto Cyborg 2.0 del professor Kevin Warwik , nel sito on line de Il Sole 24 Ore appare la notizia che, finalmente, sarà possibile controllare il PC con il solo pensiero grazie ad una connessione attraverso elettrodi. L’applicazione, si dice nell’articolo, sarà rivolta in particolar modo ai disabili che non sono in grado di interfacciarsi con il computer attraverso il corpo. Personalmente credo che non mancheranno le applicazioni militari e industriali…

L’uomo diventa interfaccia umana per il controllo dei PC e sempre di più è parte integrante di quel mondo “digitale” da lui realizzato per lo sviluppo della comunicazione. Non sembrano essere molto distanti le visioni di Johnny Mnemonic, di Ghost In The Shell appunto e, in un certo qual modo, di Matrix. 

Dimmi chi sei e ti darò ciò che vuoi. Lo Zen e l’arte delle Aree Riservate

 

Terni In Rete

Fonte: Terni In Rete

Anche oggi la mia casella postale è riempita al 50% di email alert che mi avvisa della disponibilità di materiali che possono interessarmi. Mi collego, vado nell’area download e… ALT! Se vuoi scaricarlo inserisci email e password! Chiudo la finestra e vado via

Premessa. Il documento in questione è un report sulla Business Intelligence. Chi lo fornisce offre, gratuitamente, solo l’executive summary mentre per il report completo chiedono la bellezza di 92 euro + IVA. Relativamente all’executive summary non si ha nemmeno un minimo di informazione: numero di pagine,  tipo di contenuto, niente…

Detto questo. Ma perché mai dovrei registrarmi per avere un executive summary? E’ come andare in negozio e lasciare la carta di credito solo per guardare gli scaffali.

Quella delle aree riservate è un po’ una moda. Costruite per monitorare gli accessi e il potenziale interesse ed, eventualmente, per avere i tuoi riferimenti affinché uno sprovveduto call center ti contatti, le Aree Riservate intese come “documenti ad accesso riservato” credo siano solo delle inutili perdite di tempo perché:

  1. interrompono il flusso di navigazione. Io utente arrivo nella pagina che mi interessa e, per poter leggerne i contenuti, devo spendere 5 minuti a compilare l’ennesimo form. Cerco da un’altra parte.
  2. Hanno mediamente un contenuto di scarso valore. Un area riservata che chiede i miei dati deve darmi informazione vera e contenuto utile. Che me ne faccio di un executive summary magari di una pagina dove si e no ti dicono “il mercato va bene, il mercato va male, siamo in recessione” ?

L’area riservata ha un reale significato quando al proprio interno custodisce informazioni riservate legate all’utente o l’accreditamento del visitatore permette di ergoare contenuti personalizzati allo stesso. Al contrario, non ha per nulla senso se il suo scopo è solo quello di far sapere al Marketing Manager che Pippo ha scaricato il contenuto Pluto ma non mi da alcun valore aggiunto.

Se il mio obiettivo è quello di generare business attraverso la vendita di contenuti (come nel caso di questa mattina) magari mi conviene adottare un approccio un po’ diverso. Ad esempio: dammi in consultazione on line il tuo report, e magari vendimi i dati di dettaglio o una versione che non sia il semplice PDF di quella on-line.

Tanto se non mi dai tu “gratis” le informazioni che cerco, me le vado a prendere da qualche altra parte: le relazioni e le reti esistono anche per questo.

Il pensiero positivo contro il licenziamento

Diventa il numero uno, fai conoscere il tuo lavoro, cura le relazioni aziendali e sorridi. Sono i consigli che Brad Karsh dalle pagine di Advertaising Age.

Con l’avanzare della crisi economica e il conseguente taglio dei costi (come sempre sul personale), scatta il timore del licenziamento per esubero. Come evitarlo? Karsh sostanzialmente punta su una azione di marketing personale in 4 punti: 

1)      Be The One. Ovvero eccelli nel tuo lavoro, sii propositivo e posizionati come colui che salverà l’azienda. Fai in modo che chi conta dica: “Non possiamo licenziarlo perché è un guru!”

2)      Do the work of two or three persons. Beh questo è evidente. Se il mio obiettivo come azienda è quello di tagliare i costi e razionalizzare le attività, è ovvio che se ho una persona che mi fa il lavoro di altri mi conviene pagarne uno anzichè tre.

3)      Network. Gestire le relazioni in azienda è essenziale. La decisione di un licenziamento viene presa prima di quando deve essere applicata. Avere delle consolidate relazioni in azienda significa essere messi ultimi nella lista dei “licenziabili”

4)      Put on a happy face. In sintesi. Sorridi e, soprattutto, non lamentarti. In una situazione difficile sono necessarie persone in grado di diffondere ottimismo e non di creare problemi.

E’ un approccio strategico e non tattico. Di sicuro non è applicando all’occasione questi suggerimenti che ci si salva. Solo un continuo lavoro su se stessi potrebbe (e il condizionale è d’obbligo) agevolarci. Non è stata scoperta l’acqua calda, non è una regola certa, ma a volte ricordarlo serve.

91 discutibili tesi per un marketing diverso

marketing”]il libro di [mini]marketing Non amo fare le markette, ma quando si trova in rete qualcosa di geniale è un reato non farlo. E’ il caso del libro di [mini]marketing91 discutibili tesi per un marketing diverso“. In poco più di 30 pagine, distribuite in Creative Commons, Gianluca Diegoli con la sua verve caratteristica e uno stile alla cluetrain manifesto propone degli spunti su come debba essere ripensato il marketing

Ecco solo alcune delle tesi che mi sento di sottoscrivere centinaia di volte (in realtà sottoscriverei tutto il libro, ma a questo punto scaricatelo :)):

Il marketing è morto in quanto sono esaurite le due condizioni che lo nutrivano: primo, che le persone non potessero parlare facilmente e direttamente loro, secondo, che il canale di trasmissione fosse concentrato, semplice e direttamente controllabile.

Le persone si relazionano prima di tutto con altre persone, non con aziende anonime. Incentivate le persone in azienda a partecipare liberamente alla conversazione, come singoli, senza divise e loghi. La conversazione aziendale passa solo attraverso le persone.

Non ha importanza il numero di ripetizioni del messaggio, soprattutto se non volete ascoltare la nostra risposta. Dopo il primo, diventa solo fastidio e rumore di fondo. Immaginate la vostra reazione se qualcuno vi chiedesse più volte la stessa cosa, e poi si disinteressasse della risposta. Uguale.

Non riuscirete più a separare la conversazione online dalla conversazione off-line. Ne esiste una sola.

Invece di pensare di “creare” nuove comunità, prendete in considerazione l’idea di incoraggiare quelle esistono. Il fatto che siano o meno all’interno del perimetro del vostro web aziendale non ha nessuna rilevanza.

Non esistono più clienti “top”: ognuno di loro potrebbe avere un blog e domani essere al numero 1 di Google con un racconto di come l’avete considerato insignificante. Se aveste aperto una conversazione in precedenza, avreste avuto una possibilità in più di conoscere in modo diverso il vostro interlocutore, e renderlo partecipe anziché antagonista.

E’ giusto bloccare l’accesso al web e ai social network in azienda, se non avete intenzione di partecipare alla conversazione nei prossimi dieci anni – oppure se preferite spendere più avanti cento volte il costo del tempo utilizzato in rete dai vostri dipendenti in formatori e consulenti, che gli insegneranno ciò che avrebbero potuto imparare da soli.

Ecco… il resto leggetevelo.