Riflessioni sul Personal Branding

Cresce quotidianamente l’interesse sul Personal Branding, Come si legge in Wikipedia il personal Branding è:

[…] the process whereby people and their careers are marked as brands […]. It has been noted that while previous self-help management techniques were about self-improvement, the personal branding concept suggests instead that success comes from self-packaging […]. Further defined as the creation of an asset that pertains to a particular person or individual; this includes but is not limited to the body, clothing, appearance and knowledge contained within, leading to an indelible impression that is uniquely distinguishable. The term is thought to have been first used and discussed in a 1997 article by Tom Peters.

Il personal branding, quindi, è la trasformazione della persona in prodotto da collocare sul mercato. Se effettivamente è così la presenza in rete deve aver chiaro Obiettivi e Target a cui la persona-prodotto si rivolge. C’è la necessità di un personal marketing plan, dove va analizzato il contesto, i competitor, si valutano i punti di forza, di debolezza, i rischi, le opportunità, si definiscono le politiche commerciali e così via.

Esiste, tuttavia, un potenziale contrasto tra il personal branding e l’identità della persona. Mentre il primo è una costruzione pianificata di un prodotto, il secondo è essere se stessi, con pregi e difetti.

Seguendo una linea di puro personal branding, significa sacrificare automaticamente taluni aspetti che possono arrecare danno alla propria carriera e, quindi, filtrare i propri pensieri, le proprie azioni: questo non posso dirlo, questo non posso farlo, ecc. ecc. Esiste il concreto rischio di perdere la spontaneità e viene meno il consiglio primario di tutti i manuali di personal branding: “essere se stessi”.

Chi ti legge, poi, percepisce un tuo essere “controllato”. Quanto puoi risultare credibile? Estremizzo: come può essere credibile una persona che nei suoi profili in rete non parla altro che di lavoro o fa l’opinionista senza nemmeno aprire una volta un Biscotto della Fortuna su Facebook?

Alcuni anni fa, durante un colloquio, il Direttore Risorse Umane di una azienda, con a fianco il Direttore Marketing con cui avrei dovuto lavorare, mi disse: “Il suo CV è perfetto e per le competenze che ci ha dimostrato anche durante il colloquio io la assumerei subito. Ma non ho capito chi è lei oltre al suo lavoro e le sue conoscenze”. Sono rimasto spiazzato. Pensavo che ti assumessero solo per le competenze.

Come in tutte le cose, quindi, si tratta di trovare il giusto compromesso e, quello che fa la differenza in una persona, non sono le competenze “tecniche” – reperibili molto facilmente sul mercato, data la mole di offerta – ma quelle umane. Ecco perché, pur capendo il principio di personal branding, non lo condivido completamente.

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Sesto Potere: PadovaNews amplificherà le notizie dei followers

Padova News farà da amplificatore ai propri followers che pubblicheranno tweet con tag #pdnews. La notizia è stata veicolata dalla stessa redazione ieri su Twitter:  PadovaNews farà un retweet dei post che utilizzeranno il tag e le cui notizie saranno il più complete possibili.

Sesto Potere - Il Tweet di Padovanews

Padova News – il quotidiano di Padova On Line – è il primo organo di informazione mainstream che ha iniziato ad utilizzare #pdnews subito dopo la mia proposta, sempre via twitter, di aggregare le notizie relative a Padova con l’hashtag #pdnews. L’idea deve essere piaciuta, visti i retweet alla proposta e l’utilizzo dell’hashtag da parte di alcuni.

La proposta era nata lo stesso giorno del post sulla micro e macro informazione che, a sua volta, si basava su riflessioni fatte in merito all’informazione iperlocale, di cui Mirano Community Network è probabilmente tra i primi esperimenti.

Oltre a #pdnews, come ho pubblicato su FriendFeed [RSS Link] via GoogleBuzz, esistono i tag: #venews per Venezia, #tvnews per Rovigo, #vrnews per Verona, #vinews per Vicenza, #vennews per il Veneto. In sintesi si tratta di costruire un hashtag composto da: # +  [sigla provincia] + news e di renderlo disponibile ai propri follower per taggare le notizie territoriali

PRECISAZIONI

Ho commesso un errore di valutazione. PadovaNews di Twitter non è collegata al quotidiano on line PadovaNews precedentemente indicato.

AmeliaCamp e i 28 blogger veneti

In realtà AmeliaCamp è il nome improvvistato da Andrea Casadei mentre stavamo assaggiando le ottime sottilette di gambero e merluzzo su letto di radicchio biologico.

Eravamo in ventotto – almeno secondo la questura – e tutti blogger veneti  (Venezia, Verona, Vicenza, Treviso, …) che Gigi Cogo ha riunito sabato 20 scorso al Ristorante Dall’Amelia a Mestre.  Anche più del previsto, visto che alla fine abbiamo dovuto aggiungere un tavolo, altrimenti non ci si stava.

Iniziative di questo tipo sono la dimostrazione delle grandi potenzialità che si possono manifestare nella rete. Infatti non è stata solo l’occasione di incontrarsi, ma anche di discutere di progetti e attività, dal VeneziaCamp a nuove iniziative tutte volte a unire competenze, conoscenze e passioni per creare qualcosa di concreto: progetti che non rimarranno parole. In queste occasioni si  può realmente capire che la tecnologia è solo l’ultimo anello dell’innovazione.

E quale migliore contesto di un ambiente informale, dove la discussione è stimolata dagli ottimi piatti, ciascuno dei quali accompagnati da una presentazione? Quel risotto al nero di seppia su letto di crema di zucca era veramente meraviglioso…

Informazione micro e macro: ecco perché può funzionare

Sesto potere, micro-informazione, informazione mainstream, mass media

E’ tempo di seppellire l’ascia di guerra tra l’informazione mainstream, rappresentata dai mass media, e la micro informazione di blog, social network e twitter. Mi sento di dire che l’una non esclude l’altra e che, anzi, l’una ha bisogno dell’altra.

Oggi le posizioni sono abbastanza nette: i mass media sostengono che la micro informazione non è verificata e che, quindi, si deve stare attenti. I micro-informatori, dall’altra, vedono nel mainstream un sistema pilotato da interessi politici ed economici e, quindi, una informazione di parte.

Da sempre sono convinto che l’informazione imparziale sia impossibile, anche quando questa si limita a riportare un fatto. L’imparzialità si esprime anche solo nel porre attenzione (volontariamente o meno) più ad un elemento rispetto ad un altro, nella scelta di una parola al posto di un’altra. Per non parlare, poi, delle fonti che vengono citate dove questa tendenza è ancor più evidente.

Integrare la micro e la macro informazione è possibile. La micro-informazione, per la numerosità dei partecipanti, diviene parte del processo di verifica delle fonti nonché essa stessa può essere una delle fonti da cui attingere notizie. L’informazione mainstream diventa il canale di verifica ulteriore e amplificazione dei temi di interesse della popolazione. L’informazione viene creata dal basso, verificata e diffusa da quella mainstream.

I vantaggi sono per entrambi le parti:

  • la micro informazione, per il processo di attendibilità che la caratterizza, attua una selezione naturale sulle fonti e opera una verifica misurabile e testabile quantitativamente e qualitativamente (di cui rimane traccia nella rete). Ha inoltre la possibilità di determinare l’agenda setting ed influenzare i temi sociali
  • i mass media hanno la possibilità di accedere a fonti numericamente maggiori e diversificate. Possono verificare quali sono i temi di maggior interesse e confezionare un prodotto di sicuro appeal per i propri lettori (con un evidente ritorno economico in termini di vendite e capacità di attrarre investimenti pubblicitari). Inoltre la possibilità di avere “l’appoggio” dei lettori consentirebbe di riconquistare quell’autonomia da quarto e quinto potere che in questi anni si è persa.

Disseppelliamo il calumet della pace per creare il Sesto Potere?

Io buzzo, tu twitti, egli si perde: chi vincerà nella lotta del social networking?

Il social networking piace al pubblico e quindi, come è naturale che sia, le aziende si buttano nello sviluppo di piattaforme alla ricerca di una fetta di mercato. Il risultato è che ci sono quasi più strumenti si socializzazione, di quanti sono gli utenti.

Luca De Biase solleva un problema non indifferente per chi li utilizza come utente, ma indubbiamente impattante anche per le imprese: l’attenzione, richiesta sia per imparare l’utilizzo dello strumento, sia per unire e le informazioni provenienti da più fonti. Il secondo aspetto è molto delicato, specie per chi utilizza lo strumento al fine di comunicazione: all’aumentare del numero di canali e di fonti che li utilizzano, aumenta il rischio che il messaggio diventi rumore e non arrivi a destinazione.

Ecco che nella guerra del social networking vincerà la piattaforma che:

  1. riuscirà ad integrare al meglio le sole-apps in un unico cruscotto
  2. affinerà la ricerca semantica dei contenuti
  3. organizzerà i contenuti non per persona ma per tema (tweeter lo fa bene con gli hashtag)

Uno dei problemi che ancora rilevo sulle piattaforme è proprio questo: l’organizzazione della discussione per persona e non per argomento. Ma che discussione è se si incentra sul mittente e non sul contenuto?

Panta rei, la liquidità e il brand adattivo

Eraclito lo aveva capito qualche “giorno” fa. Tutto scorre, tutto è in cambiamento e, come direbbe Bauman, chi si ferma è perduto.

Il brand è sempre stato considerato quell’elemento del marketing che doveva dare sicurezza e stabilità. L’affiliazione al marchio, per molto tempo, è stato l’unico elemento di certezza in un contesto sociale altamente mutevole e questa sua caratteristica è alla base del successo di molte realtà aziendali.

Nella cultura dell’usa e getta, questa certezza è minata. La fidelizzazione del cliente al marchio è diventata un mito, tanto che le politiche di customer retention si configurano quasi sempre come sequestro di persona. Provate a guardare il vostro contratto di telefonia mobile alla voce “Recesso anticipato”: chiunque troverà più conveniente attendere la naturale scadenza, piuttosto di recedere anticipatamente.

Un tempo esistevano i brand globali. Oggi, non più o sempre meno. Forse Pepsi e Coca-cola sono marchi ancora globali. Già McDonald è un marchio glocale. Un brand a cui vengono associati prodotti studiati per ciascun mercato di riferimento: un tempo McDonald basava la propria strategia sul fatto che, in qualunque parte del mondo fossi, avresti mangiato lo stesso prodotto. Oggi, mantenendo una parte di offerta globale (solo nel marchio di prodotto e non negli ingredienti), il marchio aggiunge valori locali associati alla cucina tipica del territorio.

I Brand diventano anch’essi liquidi. Mutano al mutare del contesto sociale. Si differenziano sulla base dei cambiamenti. Il loro veicolo è il prodotto. E’ il prodotto che dà valore al brand e non più viceversa. E’ stato il successo di iPod prima e di iPhone poi ad allargare il mercato di Apple e a sdoganarlo dalla nicchia che si era costruito consentendogli – grazie ad una politica di prodotto differente – di guadagnare posizioni anche nel segmento PC, monopolio del duo Intel – Microsoft.

Il Brand Liquido, quindi, è il brand che si riconfigura attraverso un’offerta anch’essa mutevole ed in continuo adattamento rispetto al contesto sociale. Ed è un discorso valido sia nel segmento consumer sia in quello business…