Scienze della Comunicazione: ora tocca a Bossi

Umberto Bossi laureato in Scienze della ComUunicazione?

Purtroppo non è una barzelletta. La notizia è stata pubblicata lo scorso 5 Agosto da L’Unità a firma di Pietro Grego (rafforzata da libero-news) in cui si dice che lo sponsor dell’iniziativa sia la stessa Gelmini, assieme al Presidente della Provincia di Varese. Sembra essere in atto una vera e propria lobby verso l’Università affinché onorino il Senatùr della laurea del secolo.

Come laureato in Scienze della Comunicazione della prima ora e uno dei promotori della primissima associazione di studenti di scienze della comunicazione, capirete che condivido lo sdegno di Angelo Ventriglia alla notizia.

Il bello è che la neonata Associazione Dottori in Scienze della Comunicazione (brrrrr) sembra non essersene proprio accorta. Ora glielo segnalo su Facebook!

E’ così importante pre-organizzare l’informazione?

Il recente post di Francesco relativamente al sovraccarico di informazioni in rete pone una questione importante: la gestione “fisica” della mole di dati creati e presenti in rete.

Un altro discorso, invece, è relativo alla organizzazione  e alla reperibilità dell’informazione. Agli inizi (metà-fine anni 90) i motori di ricerca si sforzarono creare directory per raggruppare le informazioni in modo manuale o semi-automatico con lo scopo di rendere più facile l’accesso all’informazione. Oggi grazie ai feed e a strumenti quali Google Reader e agli altri feed reader suoi fratelli, allo sharing, ai blogroll, e ai social network, ha ancora senso cercare di organizzare l’informazione, quando questa attività viene già fatta dall’utente finale? Ha senso ancora creare tag nei post – se non per fini di indicizzazione nei motori di ricerca? E se fosse il lettore a scegliere quali tag assegnare a questo post? In qualche modo questo avviene già nel momento in cui organizziamo il nostro feed reader. E se la nostra classificazione divenisse pubblica e patrimonio della rete e, sulla base delle classificazioni del singolo, un blog venisse classificato non per l’intento dell’autore ma per la classificazione che i suoi lettori gli danno?

Italia e Internet: un paese troppo italiano per crescere.

Nell’articolo “Is Italy Too Italian?”, il NY Times scrive:
“The suspicion of Italians when it comes to extra-familial institutions explains why many here care more about protecting what they have than enhancing their wealth. Most Italians live less than a mile or two from their parents and stay there, often for financial benefits like cash and in-kind services like day care. It’s an insularity that runs all the way up to the corporate suites. The first goal of many entrepreneurs here isn’t growth, so much as keeping the business in the family. For a company to really expand, it needs capital, but that means giving up at least some control. So thousands of companies here remain stubbornly small — all of which means Italy is a haven for artisans but is in a lousy position to play the global domination game.”
Noi italiani, piuttosto di cedere parte del controllo, rinunciamo a crescere. E’ un atteggiamento “nazionale”, forse l’unico elemento che accomuna l’intera nazione.
Questo avviene anche in rete. Se si prova a consultare gruppi o network di nazionalità estera la partecipazione è sempre attiva. Ogni post. nota, discussione conta non meno di un centinaio di contributi. Lo scambio di informazioni, know-how. links e risorse è continuo e vivo. Tutti sanno che il condividere quelle fonti significa cedere parte del proprio know-how, ma il concedersi questo apre la possibilità di farsi conoscere e, quindi, avere ritorni di altro tipo, non solo economici, ma anche formativi.
Gli italiani, invece, sono un popolo di lurker. Tra i GURU, spalmati nella parete delle loro caverne platoniche e dispersi nel loro iperuranio, si continua a parlare dei Social Media, della possibilità di condividere conoscenza, di espandersi fino a “là dove nessun uomo è mai giunto prima”, della rivoluzione in atto. Sì, in atto altrove! Poi guardi l’audience e ti accorgi che sono sempre le stesse persone. Se la raccontano e se la dicono tra di loro, gli “evangelist” non evangelizzano nemmeno i propri figli (e poco sè stessi) per paura che invadano la loro “nicchia” di mercato artigian-digitale.
Qualche giorno fa, su Linkedin, ho aperto il gruppo Italian Business Network solo con un intento: riuscire ad attivare quella condivisione e partecipazione che vedo in tutti i gruppi internazionali. Come prima cosa ho creato il post “Introduce yourself”, a cui ovviamente ho aggiunto subito la mia presentazione e ho invitato gli iscritti (160 in tre giorni) a fare lo stesso. Ad oggi quest’area conta solo 3 contributi. Il gruppo è frequentato su base giornaliera. Tuttavia impera l’atteggiamento da lurker (da chi legge ma non da contributi): le discussioni rimangono deserte, i contributi sono pochissimi e le uniche note di interesse che mi sono pervenute (ovviamente in modalità 1-a-1) sono quelle di titolari di altri network (tutti miei amici) evidentemente interessati a capire se potevo costituire un concorrente.

Così come nell’industria italiana le partnership reali non funzionano (o funzionano all’italiana) e piuttosto di perdere il controllo si rinuncia alla crescita e – talvolta – si fanno passi indietro, anche in Rete la condivisione per lo sviluppo è vista con sospetto”potrebbe arrivare quello che mi ruba l’idea”

E mentre Audiweb esulta sui dati di diffusione dell’utilizzo della rete – anche se i nativi digitali sono poco più del 10% degli utenti della rete – l’Italia è un paese che in 150 anni dalla sua fondazione ha cambiato solo abito, ma non è mai cresciuto: anzi, gli sta abbondante. E’ come vedere quei bambini che indossano il vestito del papà o del nonno. Fanno tenerezza e ci rubano un sorriso quando giocano a fare i grandi senza esserlo.