Social web, oltre l’ascolto c’è di più

Noto, con dispiacere, che gira ancora molta fuffa sul social web. Oltre a parlare di “ascolto”, del paradigma della comunicazione bidirezionale, di tecnologie e ad aggiungere “social” a modelli consolidati (social crm, social marketing, social vattelappesca) c’è poco, pochissimo altro.

Anche i casi di studio che vengono presentati alle conferenze lasciano intravedere solo ed esclusivamente un innamoramento verso la tecnologia e l’immaginario che la circonda. Lo stesso innamoramento per cui a cavallo dell’anno 2000 se non avevi un sito web non eri nessuno (come dice Sabelli Fioretti : chi non ha un sito oggi?).

Si vedono pochissimi esempi di nuovi modelli di business, nuove idee. Si prende l’esistente e lo si re ingegnerizza in termini “social”.  E questo va bene se lo fanno Oracle, Microsoft, SAP che di mestiere fanno i tecnologici. Non va più bene quando sono start-up di nuove imprese o agenzie di “comunicazione” che a modelli tradizionali aggiungono l’elemento social aggiungendo “ShareThis”, gli RSS, aprendo pagine su Facebook e account twitter, aggiungendo pulsanti di integrazione. Per veicolare cosa? Per fare che cosa? Quale valore aggiunto danno, rispetto a quello che potrebbero fare SENZA i social media? Il valore aggiunto è solo per chi lo fa, non per chi ne usufruisce.

Dove sta la vera novità dei Social Media tanto sbandierata dai GURU italiani? Se all’estero nascono progetti come Foursquare – che oltre all’aspetto tecnologico hanno un’idea di business ben precisa, identificabile e offrono qualcosa che prima non c’era – in Italia non vedo esempi di questo tipo. Eppure di spazi ce ne sono molti. Specie con il mobile che cresce di giorno in giorno. Qui – come sin commentava ieri con un amico – si ragiona ancora in termini di desktop. Eppure il mobile anche in Italia è in forte crescita.

Internet costa diverso

Internet costa diverso - Img source: Mirren.com

Internet costa diverso. I costi reali della rete non si misurano in tecnologia,  ma in tempo e conoscenza del mezzo.
  • Tecnologia:  può costare effettivamente meno
  • Ammortamento: migliore grazie alla scalabilità
  • Richiede continuità di lavoro/persona
  • Richiede conoscenza dello strumento e competenze trasversali
  • il lavoro inizia  e non finisce con il go-live

Telemarketing: arriva il registro blocca-chiamate

Image Source - salesmotivation.net

Sta per essere istituito, finalmente, il registro blocca-chiamate presso il Ministero dello Sviluppo Economico. Il registro sarà istituito attraverso un decreto in fase di approvazione che recepisce la Direttiva Europea 58/2008. Il tutto entro il 25 di Maggio.

Pur essendo un marketer ho sempre avuto una avversione al telemarketing e credo che l’istituzione del registro sia un atto dovuto. Anzi, penso che dovesse essere istituito a prescindere dalla Direttiva. Tuttavia il fatto che questo avvenga su scala comunitaria permetterà di essere maggiormente tutelati.

Un caso di Telemarketing invasivo

Qualche giorno fa sono stato contattato (con numero chiamante nascosto!) da EON – attualmente mio fornitore di GAS – per propormi di passare con loro anche per l’erogazione di energia elettrica. Mi hanno chiamato in orario di ufficio (verso le 17.00), chiedendomi di prendere un conto ENEL per fare le verifiche. Ovviamente ho detto loro che non potevo rispondere perchè impegnato. Mi chiedono quando chiamare ed ho indicato come orario dopo le 19.00 – ovviamente mai arrivate.

Queste telefonate si sono ripetute per più volte alla stessa ora con la medesima successione di scambi tra me e l’operatore. L’ultima volta mi chiede: a che ora possiamo contattarla? Io dico le 21.00 o, meglio, che mi mandino una email con la proposta. L’operatore, quindi, mi dice: beh a questo punto vada sul nostro sito e trova tutti i dettagli.

… dopo 5 telefonate?!? …

Mi sa che non hanno letto i miei 8 consigli da utente!

L'informazione premiata che paga chi la scrive

Mi aggancio al dibattito portato avanti in questi giorni da Luca, Gigi, Pierluca e altri sui modelli alternativi di Business per l’informazione.

Poco chiaccherato, forse, ma altrettanto valido è quello di Net1News che ha l’obiettivo di remunerare l’informazione di qualità,  o meglio, l’informazione ritenuta di qualità dai lettori.

Net1News, quindi, non è un semplice aggregatore, ma una vera e propria vetrina meritocratica. Il principio è molto semplice e ben spiegato nella pagina dedicata ai siti.I contenuti sono remunerati con il 50% degli introiti pubblicitari del portale ed il calcolo avviene sulla base del numero di click generati dal singolo contenuto. E’ un progetto interamente basato su una logica “dal basso”, tanto da chiedere agli stessi partecipanti di far da controllori e garanti del rispetto della mission e delle modalità di attuazione.

Cervelli al confino. Vogliono rientrare, ma l'Italia non li vuole

Si fa un gran parlare di cervelli in fuga perché non valorizzati nel nostro paese. Esistono casi, tuttavia, di cervelli italiani formati all’estero che, volendo rientrare, si trovano le porte chiuse e sono tenute al confino.

Elena Ianni, 31 anni, ha raccontato la propria esperienza a Radio24 durante la trasmissione Giovani Talenti (una breve sintesi la trovate nel blog Fuga dei Talenti).  Elena è Marketing Manager della Royal Bank of  Scotland. Da un anno sta cercando di rientrare in Italia senza successo: “Troppo giovane, e per di più donna, per occupare una posizione equivalente nello Stivale”; una esprienza troppo specifica (finance) per poter trovare occupazione in altri settori: in Italia non c’è flessibilità cross settoriale. Oddio, non dovrei scandalizzarmi visto che la mancanza di esperienza in un settore è il motivo per cui io stesso non riesco a fare cambiamento e fare esperienze in altri mercati.

Quello che mi ha lasciato ancor più sbalordito è stato l’intervento di Franco Giacomazzi, Presidente dell’Associazione Italiana Marketing. L’unico consiglio che si è sentito di dare è di “innondare” di curriculum le aziende, come se l’application in Italia sia uno strumento valido mentre tutti sappiamo che la “raccomandazione” è ancora il canale primario.

Un’amica che ha vissuto e lavorato 10 anni in Inghilterra ed è riuscita a rientrare (come consulente) mi ha detto: “se avessi avuto un termine di paragone, non sarei mai ritornata in Italia”.

Parafrasando il titolo del film dei fratelli Cohen: “E’ un paese per vecchi”. Il cambio generazionale, purtroppo, è un fenomeno che è ben lungi dall’attuarsi.

Media digitali in crescita e il dilemma dei Paid Content

Media digitali e Paid Contents

Cresocono i ricavi dei New Media che nel 2009 registrano un + 12%. All’intermo del segmento, le Sofa-TV pesano per il 76%, Internet il 18% e il Mobile per il 6%. E’ quanto emerge dal rapporto “New TV e Media: la crisi accelera la trasformazione”, realizzato dall’osservatorio ICT & Management del Politecnico di Milano.

I dati presentati dal rapporto evidenziano due distinte direzioni per i media basati su Internet e su Mobile. Mentre, infatti, su Internet il 98% dei ricavi si hanno dall’Advertising, sul Mobile oltre il 90% deriva dalla vendita di contenuti, in particolare di infotaitment.

Per quanto riguarda le Televisioni, invece, il fenomeno mette in secondo piano le piattaforme Internet, Mobile e IPTV privilegiando le satellitari che raggiungono il 40% del mercato televisivo, con la piattaforma SKY che con il suo 84% fa ancora la parte del leone ma vede la competizione del DTT che sale all’11%.

Pagamento dei contenuti: alcune considerazioni [IMHO]

Se il modello di Advertising è quello che genera ancora i maggiori introiti sul canale internet, molti si stanno chiedendo come rendere appetibile e monetizzabile il contenuto. Una delle questioni poste dall’Osservatorio come opportunità – ma secondo me anche come limite – è che non è stata ancora compresa a fondo la rivoluzione del Social Web.

La più grande rivoluzione del social web non è tecnologica ma di modello culturale. Il web sociale si basa sulla condivisione di idee e opinioni. Si basa sulla conversazione e sull’arricchimento della stessa attraverso l’interazione degli utenti.

E’ chiaro che in questo modello, il contenuto aperto è un contenuto che accresce il suo valore non nella fase di produzione, ma nei momenti successivi alla sua divulgazione, laddove si genera la conversazione. Il flusso informativo che può generarsi è talmente elevato che l’organizzazione delle informazioni – e la sintesi – per il singolo fruitore diventa difficile. E’ qui dove, a mio avviso, si innesta l’opportunità di business.

Infoproduct: un modello possibile?

Tempo fa parlai di un caso italiano di infoproductdove rischiai anche la citazione in tribunale per uso improprio del marchio [e pensare che li stavo viralizzando, NdR] – che ritenni molto interessante per il modello di business alla base.

Il Blog approfondiva temi sulla seduzione, fornendo consigli su conquiste, gestione dei rapporti, ecc. L’utente era invogliato a saperne sempre di più, ad approfondire gli argomenti e, quindi, ecco che arrivava la proposta commerciale di acquistare il manuale.

L’idea alla base è molto semplice: distinguere tra il contenuto per la conversazione ed il contenuto commerciale. Dove i due possono coincidere per tema, ma avere approfondimenti diversi.

Applicarli per i media è possibile. Però richiede di rivedere l’impostazione e il modo di fare giornalismo e/o televisione.

SINTESI

Ritengo fallimentare l’approccio cercato da molti di far pagare la “notizia” perché:

  • le fonti possono essere accessibili a tutti senza l’intermediazione di una testata
  • è un contenuto “vecchio” nel momento in cui è pubblicato
  • non mi da un arricchimento e un sentiment che possono darmi le discussioni on line

Ritengo più percorribile, invece:

  • lasciare la “notizia” pubblica
  • generare la conversazione sulla notizia secondo una specifica linea editoriale
  • rielaborare la conversazione, arricchirla di informazioni e dati, riorganizzarla e creare un pacchetto editoriale

E’ un altro modello.

Riflessioni sul Personal Branding

Cresce quotidianamente l’interesse sul Personal Branding, Come si legge in Wikipedia il personal Branding è:

[…] the process whereby people and their careers are marked as brands […]. It has been noted that while previous self-help management techniques were about self-improvement, the personal branding concept suggests instead that success comes from self-packaging […]. Further defined as the creation of an asset that pertains to a particular person or individual; this includes but is not limited to the body, clothing, appearance and knowledge contained within, leading to an indelible impression that is uniquely distinguishable. The term is thought to have been first used and discussed in a 1997 article by Tom Peters.

Il personal branding, quindi, è la trasformazione della persona in prodotto da collocare sul mercato. Se effettivamente è così la presenza in rete deve aver chiaro Obiettivi e Target a cui la persona-prodotto si rivolge. C’è la necessità di un personal marketing plan, dove va analizzato il contesto, i competitor, si valutano i punti di forza, di debolezza, i rischi, le opportunità, si definiscono le politiche commerciali e così via.

Esiste, tuttavia, un potenziale contrasto tra il personal branding e l’identità della persona. Mentre il primo è una costruzione pianificata di un prodotto, il secondo è essere se stessi, con pregi e difetti.

Seguendo una linea di puro personal branding, significa sacrificare automaticamente taluni aspetti che possono arrecare danno alla propria carriera e, quindi, filtrare i propri pensieri, le proprie azioni: questo non posso dirlo, questo non posso farlo, ecc. ecc. Esiste il concreto rischio di perdere la spontaneità e viene meno il consiglio primario di tutti i manuali di personal branding: “essere se stessi”.

Chi ti legge, poi, percepisce un tuo essere “controllato”. Quanto puoi risultare credibile? Estremizzo: come può essere credibile una persona che nei suoi profili in rete non parla altro che di lavoro o fa l’opinionista senza nemmeno aprire una volta un Biscotto della Fortuna su Facebook?

Alcuni anni fa, durante un colloquio, il Direttore Risorse Umane di una azienda, con a fianco il Direttore Marketing con cui avrei dovuto lavorare, mi disse: “Il suo CV è perfetto e per le competenze che ci ha dimostrato anche durante il colloquio io la assumerei subito. Ma non ho capito chi è lei oltre al suo lavoro e le sue conoscenze”. Sono rimasto spiazzato. Pensavo che ti assumessero solo per le competenze.

Come in tutte le cose, quindi, si tratta di trovare il giusto compromesso e, quello che fa la differenza in una persona, non sono le competenze “tecniche” – reperibili molto facilmente sul mercato, data la mole di offerta – ma quelle umane. Ecco perché, pur capendo il principio di personal branding, non lo condivido completamente.