millatFacebook: il social network dei musulmani e dell’integrazione religiosa che in poco più di un mese conta già 330.000 iscritti.

Muslim Social Network

La questione delle vignette di Maometto su Facebook ha decisamente segnato la cultura musulmana. Dopo le azioni politiche di Pakistan e Bangladesh che a Maggio hanno portato alla censura non solo di FB ma anche di Youtube, è nato in rete millatFacebook.com (abbreviato MFB), un social network che già dal nome vuole porsi come alternativa musulmana a Facebook (il termine Millat infatti indica la comunità musulmana nelle aree India/Medio-Oriente/Nord Africa) e raccogliere, come si legge nel playoff del sito, 1,5 miliardi di musulmani e le persone pacifiche di altre religioni.

Nella presentazione del progetto, i fondatori dichiarano di voler garantire la libera espressione ma sempre nel rispetto delle culture e delle differenti religioni, accusando Facebook di aver violato tale principio in nome della libertà di espressione; libertà che – secondo quanto dichiarato sempre dai fondatori – è applicata in modo arbitrario e non come principio base: applicato a temi quali l’olocausto od il razzismo, ma non per i musulmani.

“Freedom of expression never means going snubbing and hurting anyone while satisfying our own instinct.” Si legge in grassetto nella sezione about.

La piattaforma si presenta come una evoluzione di Netlog in cui è possibile aprire il proprio Blog, creare sondaggi, chattare, caricare video e canzoni. La registrazione prende pochi secondi e, non appena eseguita, si presenta la pagina del profilo da cui è possibile accedere a tutte le funzioni. Sotto il profilo (in cui è possibile caricare la propria foto) si presenta la sezione What’s New organizzata per tipologia di contenuto, permettendo così di accedere immediatamente a ciò che interessa. Nella colonna di destra sono presenti box che consentono l’accesso rapido a diverse sezione, elencando per ciascuna i più recenti aggiornamenti. Interfaccia lineare, pulita e di semplice utilizzo (in questo migliora molto sia Netlog, sia Facebook).

Social web, oltre l’ascolto c’è di più

Noto, con dispiacere, che gira ancora molta fuffa sul social web. Oltre a parlare di “ascolto”, del paradigma della comunicazione bidirezionale, di tecnologie e ad aggiungere “social” a modelli consolidati (social crm, social marketing, social vattelappesca) c’è poco, pochissimo altro.

Anche i casi di studio che vengono presentati alle conferenze lasciano intravedere solo ed esclusivamente un innamoramento verso la tecnologia e l’immaginario che la circonda. Lo stesso innamoramento per cui a cavallo dell’anno 2000 se non avevi un sito web non eri nessuno (come dice Sabelli Fioretti : chi non ha un sito oggi?).

Si vedono pochissimi esempi di nuovi modelli di business, nuove idee. Si prende l’esistente e lo si re ingegnerizza in termini “social”.  E questo va bene se lo fanno Oracle, Microsoft, SAP che di mestiere fanno i tecnologici. Non va più bene quando sono start-up di nuove imprese o agenzie di “comunicazione” che a modelli tradizionali aggiungono l’elemento social aggiungendo “ShareThis”, gli RSS, aprendo pagine su Facebook e account twitter, aggiungendo pulsanti di integrazione. Per veicolare cosa? Per fare che cosa? Quale valore aggiunto danno, rispetto a quello che potrebbero fare SENZA i social media? Il valore aggiunto è solo per chi lo fa, non per chi ne usufruisce.

Dove sta la vera novità dei Social Media tanto sbandierata dai GURU italiani? Se all’estero nascono progetti come Foursquare – che oltre all’aspetto tecnologico hanno un’idea di business ben precisa, identificabile e offrono qualcosa che prima non c’era – in Italia non vedo esempi di questo tipo. Eppure di spazi ce ne sono molti. Specie con il mobile che cresce di giorno in giorno. Qui – come sin commentava ieri con un amico – si ragiona ancora in termini di desktop. Eppure il mobile anche in Italia è in forte crescita.

Social Web e privacy: l'alternativa all'assistenzialismo digitale

Qualche mese fa si dibatteva sul friendfeed di Michele Ficara su Google e Privacy. Google, il mostro invasivo e pervasivo, detentore di vita morti e miracoli di ciascuno di noi. Oggi, il demone è diventato Facebook. In tutti i dibattiti, emerge la priorità – corretta – di dare all’utente la possibilità di decidere cosa rendere pubblico e cosa no.

Mentre per quanto riguarda Google in effetti questa facoltà non era prevista – o quantomeno di difficile applicazione da parte dell’utente – Facebook da qualche mese – almeno un anno? –  ha messo a disposizione strumenti per gestire puntualmente ciascun singoplo contenuto, tanto da consentire addirittura di decidere chi può vedere ogni singolo post.

Le nuove funzionalità, a quanto si legge anche nella spiegazione in FB, dovrebbero semplificare il processo permettendo di decidere se le informazioni sono accessibili a Everyone, Friends of Friends, Friends Only. Esattamente come prima, eccetto per il fatto che è stata rimossa l’opzione Friends and Network.  Inoltre, come prima, sono controllabili tutti i tipi di informazione: i dati personali, i contenuti, le applicazioni. Unica novità, vera, è l’introduzione delle “Reccomended Options”, impostazioni preconfigurate per chi non ha voglia di sbattersi a impostare tutto manualmente.

Le novità, quindi, mi sembrano un po’ la “pappa pronta” for dummies 2.0 e partono dal presupposto che l’utente sia un “ignorante”.  A dirla tutta, mi ricordano quelle indicazioni – abbastanza tipiche del sistema americano – in cui appongono l’etichetta sulla carrozzina “Assicurarsi di aver tolto il bambino prima di chiudere il passeggino” o nei micro-onde “Non far asciugare il gatto”.

Ritengo che la Privacy sia una questione seria, non solo da normare, sulla quale debba crearsi una cultura diffusa affinché ciascuno sia in grado di tutelare la propria. Una cultura che passa per la sensibilizzazione e la conoscenza.

Data la vastità della rete e le evoluzioni che essa avrà nei prossimi mesi/anni, ognuno di noi deve essere responsabile di se stesso e  tutelarsi in tutti i modi possibili. Focalizzarsi  di volta in volta su  Google, Facebook e un domani ad un altro Social Network sono mere tattiche a breve termine per gestire una situazione contingente. Non risolvono il problema nel momento in cui  Facebook sarà soppiantato da qualche altro strumento che, nell’evoluzione, attiverà canali, strumenti, funzioni non ancora normate.  Viceversa se il singolo individuo è ben conscio dei rischi a cui può sottoporsi, sarà lui stesso a porre attenzione alle sue azioni in rete in attesa del doveroso intervento di un organo regolamentatore.

Come sempre, IMHO.

Non accettare caramelle (digitali) dagli sconosciuti

Per la privacy, mi pongo come avvocato diffensore di Zuk.

Non sto parlando della cessione dei dati personali a terze parti – giustissima e da regolare – ma della gestione della “privacy” verso gli “amici” in rete. Che più di questione di privacy è una questione di netiquette, termine ormai passato nel dimenticatoio.

Mi pare di percepire – forse mi sbaglio – che la principale preoccupazione degli utenti di facebook sia non far vedere certe cose ad alcuni, ed altre ad altri (perdonate il gioco di parole).

Personalmente: se non voglio che qualcuno legga quello che posto, non accetto il contatto, non lo aggiungo tra gli amici. Se lo accetto – per tutti i motivi che posso avere – non vedo perchè debba nascodergli alcune cose. Per carità, poi ciascuno è liberissimo di farlo. Personalmente lo trovo un atteggiamento ipocrita e un tantino opportunista.

FB, come tutti i network, andrebbero gestiti come la vita reale: daresti a chiunque il tuo numero di cell.? Racconteresti a tutti i tuoi fatti personali? Accetteresti caramelle dagli sconosciuti?

Google, Microsoft e gli altri: i nuovi demoni

La mitologia ha creato dei, miti, leggende e demoni per raccontare, interpretare la realtà ed incarnarne le speranze e le paure. Ieri Microsoft, Yahoo. Oggi Google. Domani Facebook. La storia si ripete. Sono i demoni che incarnano la paura su cui si costruiscono miti a partire da fatti, il cui brand non evoca più un’azienda ma entità mistiche, dai super poteri, in grado di manipolare e controllare la società, come in un moderno racconto di Orwell.

Il termine Demone non è necessariamente negativo.  Essi, infatti, sono catalizzatori di paure e speranze. Paura per il predominio di mercato che impedirebbe di trovare spazi in cui lavorare. Paura di essere spiati e di essere “violati” nella propria personalità. Speranza che anche partendo da un garage si possa realizzare la storia. Speranza che un’altra economia è possibile.

Sono simboli attorno ai quali si aggregano oppositori e sostenitori. Si creano i Templi. Nascono i sacerdoti che veicolano la volontà.  Attorno a loro si creano eventi simili a messe. Basta pensare, ad esempio, agli eventi di lancio dei prodotti, in particolare quelli di Microsoft, dove il sommo sacerdote Steve Ballmer esegue riti del tutto simili a quelli praticati dalle sacerdotesse per invocare la divinità.

Ecco cosa sono oggi questi brand. Le nuove religioni digitali.

Privacy: da questione legale ad etica

Per un lungo periodo si è discusso in rete sulla Privacy e la tutela delle informazioni personali. Mark Zuckeberg, il creatore di Facebook, sostiene che la privacy non interessa più gli utenti. Altri si fanno paladini sulla tutela delle informazioni personali, sostenendo – a ragion veduta – che andrebbero messi in piedi dei controlli più serrati sull’utilizzo delle informazioni personali da parte di network, siti, ecc.

Se da un lato un effettivo rischio di un utilizzo in malafede dei dati è possibile e deve essere preso in considerazione, dall’altro ritengo sia necessaria la consapevolezza dello strumento che si utilizza. Se si considera oggi la rete come una realtà aumentata, ovvero un estensione della vita quotidiana attraverso sistemi e applicazioni che permettono di “aumentare” l’esperienza, è chiaro che le logiche di approccio devono essere le medesime di quelle utilizzate nella “realtà base” essendo costantemente consapevoli delle opportunità e dei rischi a cui si va incontro.

Si passa, quindi, da una logica normativa ad una questione etica sulla Privacy che deve necessariamente diventare una modalità di comportamento. Estremizzando: se non do al primo che incontro il mio numero di cellulare o il mio indirizzo di casa, la stessa regola deve valere in rete.

Per quanto riguarda chi gestisce le informazioni ed i dati personali, la questione cambia punto di vista. Facebook, LinkedIN e innumerevoli network hanno alle spalle società che sostengono costi e devono generare ricavi. Se offrono servizi “gratuiti” è chiaro che in qualche modo essi debbano generare ricavi per rendere il loro modello profittevole e sostenibile. Le opzioni sono: vendere banner pubblicitari; vendere dati di profilazione utenti; proporre pubblicità targetizzata sulla base dei dati raccolti. Se si vuole avere un servizio gratuito – così come ci hanno abituato – si devono accettare queste condizioni.

A questo punto le opzioni rimanenti sono: o pago una fee di utilizzo –  e prentendo quindi la riservatezza dei miei dati – o accetto che i miei dati vengano trattati in cambio di un servizio gratuito. Sicuramente è “populista” e poco praticabile il pretendere la gratuità e il non utilizzo delle informazioni personali.

Alla fin fine va bene a tutti avere una fidelity card per ottenere sconti nel negozio preferito? Eppure lì sono ancora più invadenti, perché tracciano tutti i vostri comportamenti di consumo. Se si accetta questo nella “realtà base”, perché non in quella aumentata?

Facebook e social network prossimi al declino?

Come per qualsiasi fenomeno, anche i social media subiscono la legge del “Ciclo di Vita”. Per chi non è un addetto ai lavori, il ciclo di vita di un prodotto è regolato dalle fasi di “introduzione”, crescita, maturità e declino. Fa parte delle regole “naturali” dell’economia. E anche i social media, come altri trend che abbiamo visto passare negli anni seguirà la stessa dinamica.

Secondo questa interessante analisi fatta da Riccardo Campaci sui social network, pare che in Italia solo Facebook e Twitter stiano avendo una crescita. Osservando la curva di FB tuttavia si nota come sembra essere entrato in una fase di maturità, dove il tasso di accessi si sta “appiattendo”. E’ vero anche che il periodo di riferimento è di un anno, ma è altrettanto vero che nel 2008 si registra un picco di accessi che, successivamente, tende a stabilizzarsi e a non ripetersi in modo significativo.

Fonte: Socing.net

A quanto si legge sul New York Times, negli Stati Uniti il fenomeno Facebook pare avere superato addirittura la fase della maturità per avviarsi a quella del declino. L’articolo non riporta dati statistici precisi, ma il risultato di un sondaggio fatto da Virginia Hefferman (l’autrice del pezzo) sui suoi amici: molti stanno abbandonando Facebook.

I motivi sono innumerevoli: dalla privacy, al sovraccarico di informazioni, alle complicazioni nella vita reale. E’ un fenomeno che ho iniziato a rilevare personalmente, parlando con alcuni amici che hanno chiuso il proprio account: uno perché “costretto” dalla fidanzata gelosa dei suoi contatti; un altro perché ha scoperto di essere monitorato dal proprio capo; un altro perché si è accorto di passare più tempo a cancellare alert e rifiutare inviti di quanto non lo utilizzasse per aggiornare il proprio profilo.

E voi che intenzioni avete nel prossimo futuro?